CONS. DE GODENZ: ATTACCHI ASSURDI CONTRO L’OSPEDALE DI CAVALESE

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Ho seguito, con attenzione e viva preoccupazione, l’ennesima ondata di riflessioni, meglio sarebbe dire di “attacchi” perpetrati negli scorsi giorni contro l’ospedale di Cavalese e la necessità di mantenere i servizi sanitari in montagna anche a fronte di costi più elevati.
Stupisce non poco, devo scriverlo, che a fare ricostruzioni approssimative e precoci rispetto al binomio costi benefici e facendo il tifo per opzioni città-centriche siano il consigliere Ghezzi e, soprattutto, l’ex assessore Zeni, quest’ultimo quasi dimenticando il percorso svolto nella scorsa legislatura che ha portato a ottenere una deroga e ha poi permesso alla nuova maggioranza di centrodestra, non appena insediatasi, di riaprire il Punto nascita di Cavalese. Fazioni politiche e ironia a parte è giusto sottolineare come negli scorsi giorni proprio il Presidente Fugatti abbia, giustamente, ricordato a Zeni e Ghezzi che si ostinano a considerare la questione dal punto di vista esclusivamente ragionieristico, come la sanità in montagna sia una scelta, una questione di visione differente. Insomma, da consigliere di opposizione ma coerente con quanto sempre portato avanti su questo tema, devo dirmi d’accordo, almeno in questo caso, con quanto fatto dalla Giunta provinciale anche se, ovviamente, allarmano non poco gli oltre 120 milioni di tagli previsti nei prossimi anni e presentati nelle scorse settimane dall’assessora alla sanità Segnana.
Tornando agli ospedali periferici – perché questa riflessione non deve riguardare solo Cavalese e i Punti nascita ma anche gli altri ospedali di valle e i servizi di diagnostica come ad esempio quelli necessari agli esami mammografici che vanno garantiti con gli stessi macchinari e tecnici provenienti da Trento – è giusto dire come chi si sia espresso sul tema abbia parlato anche di sicurezza, ma, a mio avviso e secondo il parere di molti amministratori e abitanti delle valli, lo abbia fatto considerando come condizione fondamentale per la stessa che il parto debba avvenire in città, dove si fanno più numeri – ancora i numeri!
E le persone? E i rischi, solo per fare un esempio, del viaggio verso le città dalle valli?
Mi ha inoltre molto colpito – questa volta positivamente – quanto espresso ieri dagli amici dell’associazione Parto per Fiemme che ha sottolineato come chi afferma che un parto costa 12.900 Euro a Cavalese mentre a Trento ne costa 3000 omette di aggiungere al parto avvenuto in città il costo del viaggio, magari in elicottero.
Prendendo a riferimento l’anno 2017, sempre Parto per Fiemme – che con mamme e papà, volontari, amministratori, professionisti del settore sanitario e APSS ha in questi anni fatto vedere come sia possibile avere percorsi nascita sicuri e seguiti in tutte le loro fasi anche in una valle trentina, senza per forza dover ricorrere ad un ospedale cittadino – ha ricordato come circa 100 mamme di Fiemme e Fassa si siano recate a partorire in Alto Adige durante la chiusura del Punto nascite di Cavalese. Facendo una stima arrotondata di 3000 Euro a parto ecco un + 300.000 Euro apparire in prospettiva ora che il Punto nascita è nuovamente attivo. A questo dato sono state poi aggiunte le prenotazioni per le mamme provenienti da fuori provincia (ad esempio la settimana scorsa due prenotazioni una proveniente da Reggio Emilia e una da Cortaccia) ed è stato considerato come un parto cesareo programmato renderebbe più di 3000 Euro, generando quindi ulteriori introiti; E via discorrendo, facendo vedere che altri risparmi e altri introiti, anche considerevoli, saranno possibili in futuro, magari facendo rendere a pieno regime le nuove sale operatorie in via di ultimazione e occupando al meglio i nuovi medici assunti per operazioni specialistiche, in ginecologia ma non solo. Sono loro grato perché sono stati in grado di citare, anche loro, numeri e persone, esprimendo concetti differenti e dimostrando come, davvero volendolo, la sanità nelle valli possa essere sostenibile e addirittura conveniente anche dal punto di vista economico.-
Per farlo però, servono, lo voglio ripetere ancora una volta, scelte speciali per territori speciali, come sono le nostre terre di montagna, e deve emergere una visione strutturata e sostenibile: semplificare e riproporre il binomio città contro valli è davvero inutile. Se vogliamo che quanto conquistato, grazie alla deroga e grazie al giusto uso della nostra Autonomia, continui a essere sostenibile, divenendo un concreto investimento sul futuro delle valli, dobbiamo rimettere sul tavolo domande che paiono scomparse: Che fine ha fatto l’impegno di fare del Trentino un laboratorio nazionale per una sanità decentrata? Cosa sta facendo la commissione che doveva lavorare a livello nazionale sul tema sanità nei luoghi periferici, permettendo alle realtà simili di confrontarsi? E ancora, cosa sta facendo la Provincia Autonoma di Trento nell’imminenza della modifica e revisione degli standard del 2010? Quale le risposte del Presidente e della Giunta, quale il pensiero, le azioni e i risultati dei governatori di Veneto e Lombardia Zaia e Fontana sulla questione? Lo chiediamo perché stufi di sentire che in Veneto i punti nascita restano aperti per volontà del governatore. Non è vero, poiché è sempre il comitato nazionale che autorizza o meno, sulla base di dati e criteri precisi, se in un dato ospedale è possibile continuare a nascere e curarsi. E, su tutto, un’ ultima domanda: cosa succederà, se non lavoreremo in fretta e bene per garantire un futuro ai nostri servizi sanitari, quando gli standard minimi attualmente necessari dovessero venire a mancare? Il rischio è quello, se non saremo in grado di costruire un modello speciale per un territorio speciale, come è, ed è sempre stato il Trentino, di veder sparire gli ospedali di montagna – non importa se per i costi eccessivi, per la carenza di personale o per altri motivi – e con essi, il nostro modo di vivere e popolare le comunità. Allora si che mancheranno, del tutto e per sempre, le condizioni per continuare a nascere, vivere e curarsi, nelle valli montane. Valli che si spopoleranno, esattamente come avvenuto in Veneto e Lombardia. E questo non possiamo e non dobbiamo permetterlo. Le Trentine e i Trentini hanno il diritto di rimanere a vivere in montagna, sentendosi garantiti e sicuri di poterlo fare.

Cons. Pietro De Godenz


FONTE: Quotidiano L’ADIGE del 13 giugno 2019