CONS. TONINA: PONTE DEI SERVI, INTERVENIRE PER GARANTIRE SICUREZZA

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Allarme Ponte dei Servi, ma la Provincia rassicura

GIUDICARIE – Allarme giustificato o psicosi? Dopo la tragedia del ponte Morandi di Genova è innegabile che l’attraversamento di un ponte o di un viadotto preveda un sospiro: non di sollievo, ma di ansia.
C’è ponte e ponte, naturalmente. Da qualche giorno gira nei social una serie di fotografie che ritraggono il vecchio Ponte dei Servi, gettato sulla Sarca per collegare il Banale con la strada statale del Caffaro, nei pressi delle terme di Comano.
Le fotografie (inquietanti?) riprendono fra l’altro segni di ruggine su una trave orizzontale, macchie nere di umidità sul cemento, qualche segno di sgretolamento.
Sarà la vicinanza delle elezioni provinciali, sarà l’attenzione aumentata in questo frangente, sta di fatto che la questione è finita subito in politica, con due interrogazioni provinciali (Savoi della Lega Nord e Tonina dell’Upt). Come se non bastasse, c’è chi ha deciso (lo leggiamo su una lettera di ieri al nostro giornale) di ignorare l’obbligo di passare sul Ponte dei Servi per scendere a Ponte Arche da parte di chi viene da Trento e va verso Tione. Da tempo prima del ponte campeggia un cartello che invita i camion con peso superiore alle 24 tonnellate a tenere una distanza di 75 metri rispetto al camion che li precede. In altre parole, sul ponte è bene che passi un camion alla volta.
Come detto, il cartello esiste da ben prima del disastro del ponte Morandi. Preoccupazioni? Mauro Gilmozzi (assessore provinciale alle opere pubbliche) ha il tono rassicurante. Dopo aver tracciato il calendario dei controlli da dieci anni a questa parte, spiega: «Alla luce di quanto rilevato nel corso dei controlli e delle ispezioni non sono emerse situazioni di degrado degli elementi costitutivi del ponte rilevanti sotto il profilo strutturale. Più in dettaglio, si sono osservati puntuali fenomeni di degrado del calcestruzzo corticale che hanno messo a nudo localmente alcune delle barre in acciaio più superficiali annegate nel getto di calcestruzzo con cui sono stati costruiti i singoli elementi del ponte. Si tratta di fenomeni in osservazione da tempo e costantemente monitorati, che interessano principalmente elementi dell’orditura secondaria del ponte, e non la struttura fondamentale. Nel 2011 è stato realizzato un intervento per il consolidamento dell’appoggio della travata in prossimità della spalla del ponte verso est (lato Comano). Alla fine dell’inverno scorso si è provveduto a riparare localmente la soletta dell’impalcato in prossimità della spalla lato Villa Banale».
E gli interventi più estesi? «Gli Uffici tecnici dell’Amministrazione – assicura Gilmozzi – hanno avviato le attività per eseguire il risanamento e la protezione delle superfici in cemento armato, in modo da ripristinare l’originario aspetto del manufatto. I relativi lavori sono in programmazione per il prossimo semestre anche in corrispondenza delle previste sistemazioni del tratto di strada a monte del ponte in sinistra orografica. Comunque – conclude l’assessore – non posso che invitare tutti a non avere nessuna paura».
Come scriveva lo storico locale Ennio Lappi in una sua ricerca, la storia del Ponte dei Servi è lunga. «Chiamarono ponte del desiderio, l’ardito manufatto metallico tra le due sponde del Sarca al Doss da Servi, nei pressi delle Terme di Comano». E lo chiamarono così perché fu inaugurato dopo decenni di attesa esattamente 95 anni fa, nel 1923, dal sindaco di Stenico Tebano Todeschini. «Fu progettato – come scrive Lappi – dall’ingegner Bono di Milano, costruito dall’Officina Lancini e montato dalla ditta Azzalini, sempre del capoluogo lombardo. Fu assemblato con una tecnica originale ed innovativa».
Decenni di attesa, si diceva: quasi otto ne passarono dal crollo del vecchio Ponte Ballandino, manufatto in legno travolto da una straordinaria piena della Sarca nel settembre del 1845.
Peccato che il ponte «innovativo» sia resistito solo 33 anni: non era stato calcolato che negli anni ’50 cominciassero a passare i camion carichi di materiale per i grandi lavori delle centrali.
Nel 1956 arrivò il nuovo manufatto, affidato all’impresa trentina dei fratelli ingegneri Alessandro e Fabio Conci, lungo 72 metri e largo 7,60 con un’altezza dal livello del Sarca di 86 metri ed altrettanti di luce. «All’epoca risultò il più alto viadotto in cemento armato costruito in Italia». Così scriveva Lappi, che segnalava già qualche anno fa la necessità di manutenzione dopo oltre sessant’anni dalla costruzione.
FONTE: Quotidiano L’ADIGE del 22 agosto 2018